
Il Codex Gigas non è solo un manoscritto: è un vero e proprio enigma medievale. Considerato il più grande manoscritto esistente al mondo, oggi è custodito nella Biblioteca Nazionale di Svezia, ma la sua storia affonda le radici in un passato oscuro e affascinante.
È conosciuto anche come “Bibbia del Diavolo”, e il motivo è tanto inquietante quanto suggestivo: al suo interno si trova un’enorme illustrazione del demonio, accompagnata da una leggenda che ha alimentato per secoli curiosità e timori.
Secondo la tradizione, il manoscritto fu realizzato intorno al 1229 da un monaco benedettino nel monastero di Podlažice, nell’attuale Repubblica Ceca. Ma è la leggenda legata alla sua creazione a renderlo davvero unico.
Si racconta che un frate, condannato a essere murato vivo per aver infranto le regole del suo ordine, tentò un’ultima disperata soluzione: promise di scrivere, in una sola notte, un libro che contenesse l’intera Bibbia e tutto il sapere umano. Un’impresa impossibile. E infatti, quando si rese conto di non poterla portare a termine da solo, avrebbe fatto ciò che nessun monaco dovrebbe mai fare: evocare il Diavolo. In cambio della sua anima, ottenne aiuto per completare il manoscritto e salvarsi la vita.
Al di là della leggenda, il Codex Gigas resta un’opera straordinaria anche dal punto di vista materiale. Pesa circa 75 kg ed è enorme: misura 92 cm di lunghezza, 50 di larghezza e 22 di spessore. La copertina, in legno rivestito di pelle e decorata con metallo, contribuisce a renderlo ancora più imponente.
Il testo è interamente in latino e, in origine, contava 320 pagine, anche se otto sono misteriosamente scomparse, alimentando ulteriori interrogativi sulla sua storia.
Al suo interno troviamo una trascrizione quasi completa della Bibbia, basata principalmente sulla Vulgata, con alcune eccezioni tratte dalla Vetus Latina. Ma il Codex non è solo un testo religioso: è una vera e propria enciclopedia medievale.
Include infatti opere storiche e culturali di grande rilievo, come la cronaca della Boemia di Cosma di Praga, le Etymologiae di Isidoro di Siviglia e gli scritti dello storico Giuseppe Flavio. A questi si aggiungono trattati, calendari, elenchi di santi e monaci, formule magiche e perfino alfabeti in diverse lingue.
Le pagine sono arricchite da miniature dai colori vivaci: rosso, blu, giallo, verde e oro che contrastano con l’aura cupa che circonda il manoscritto.
Un dettaglio sorprendente? La calligrafia. È incredibilmente uniforme dall’inizio alla fine, come se fosse stata realizzata senza pause, senza errori, senza il passare del tempo. Questo ha alimentato l’idea che il libro sia stato scritto in tempi impossibilmente brevi. Tuttavia, gli studiosi ritengono più probabile che sia il lavoro di un solo uomo, portato avanti con pazienza per circa vent’anni.
E poi c’è lei, la pagina più famosa: la numero 577 (folio 290 recto). Qui appare il Diavolo, raffigurato a tutta pagina, in un’immagine tanto iconica quanto disturbante. A rendere il tutto ancora più inquietante, alcune pagine precedenti risultano annerite, creando un effetto visivo che sembra quasi anticipare la sua presenza.
Il Codex Gigas resta, ancora oggi, sospeso tra storia e leggenda. Un’opera che continua ad affascinare, inquietare e far nascere una domanda inevitabile: è davvero solo il lavoro di un uomo?